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Il Dolore: condanna o desiderio?



Abbiamo già avuto modo di considerare, in un post precedente, come la individuazione dello stato presente scaturisca da una precisa tipologia di narrazione che i coachee fanno del loro vissuto coniugale.

Si tratta di un racconto nel quale le ripetute violazioni del linguaggio si radicano, per la maggior parte, sul tema del dolore e, in particolare, su quanto la sofferenza oggetto di narrazione sia:

  • grande quanto alle sue dimensioni(“non riesco più a portare avanti il peso della nostra relazione”, “non ce la faccio più a reggere”, “la mia relazione è diventata troppo tossica ed io non ce la faccio più”;

  • ineludibile quanto alle sue conseguenze (“sono costretto a prendere questa amara decisione”, “ci metto tutta la buona volontà, tuttavia non posso andare avanti in questo modo”, “devo prendere una decisione radicale”, “devo pensare a me stesso, a me stessa”).

Spesso i Coachee fanno di tutto pur di confermarsi nei già bassi livelli di autostima e il ricorso a definizioni dolenti e, soprattutto, estreme, non di rado serve loro per creare la figura del paziente designato, utile a smarcarsi dall’inevitabile senso di colpa che si affaccia nelle rispettive coscienze davanti al baratro della scelta estrema della separazione.


In realtà, per dirla con Orazio, non omnis moriar (Orazio, Odi, III,30,6): il dolorismo, solo apparentemente esibito, non è segno di insuccesso, di sconfitta irrimediabile; non è segno sicuro del fatto che occorra apprestarsi all’ora della decisione irrevocabile della frattura, della separazione.


Il dolore, piuttosto, è la misura della felicità che il futuro sembra negare! È l’esistenza di un futuro sereno, appagante, al quale irresistibilmente tendiamo che ci fa soffrire nel presente: se il futuro fosse cupo, angosciante, pieno di sofferenze lancinanti, non avremmo alcuna ragione per lamentarci del presente e dei suoi patimenti. Il dolore, quindi, come misura dell’entità della felicità perduta cui si aspira.


La prima conseguenza sul piano logico è che l’atto estremo della separazione è insufficiente a realizzare quello che si ricerca: separandosi, infatti, i coachee potranno lenire le sofferenze presenti, ma la possibilità di felicità futura rimarrà ancora irraggiungibile.


In questi casi il marital coach ha il compito di fare come lo skipper in barca a vela: deve guardare lontano, spingere lo sguardo fino a trovare una zona del mare in bonaccia, la bonaccia dei mutismi reciproci, dei litigi sordi ad ogni suggestione pacificatrice, dove un refolo di vento increspa la superficie delle acque. Sarà quella la zona della ripartenza verso la quale guidare i suoi coachee ai quali bisognerà chiedere lo sforzo, in una operazione di onboarding spesso faticosissima, di rimanere nella relazione nonostante tutto.


Quanto maggiore sarà il dolore che impregna la narrazione del vissuto coniugale che caratterizza lo stato presente, tanto più ambiziosa dovrà essere la definizione dello stato desiderato nella sua forma specifica di obiettivo ben formato.

In questo modo il dolore non sarà stato segno di un giudizio di condanna irrevocabile perché inappellabile (detto in altri termini: la separazione non è mai l’unica o la migliore delle possibilità), piuttosto diverrà misura di quanto intenso è il desiderio di una vita appagante.


Nel matrimonio, molto spesso, una parte delle sofferenze è legata alla presunzione che il tempo che verrà non sarà all’altezza delle nostre aspettative, dei nostri desideri.

Il compito del marital coach è quello di rendere presente il futuro possibile, tutto il futuro possibile. E questo lo si ottiene se ci si distacca innanzitutto da un presente doloroso e apparentemente ineluttabile. Per questo motivo il marital coach non entra mai nel merito delle questioni concrete che hanno portato i coachee a consultarlo: a lui interessa solo il futuro possibile per la coppia che ha davanti.

Molto spesso, come si può intuire, si tratta di avviare un percorso lungo, tortuoso, infestato di apparenti, piccoli o grandi che siano, insuccessi, ma che se ben guidato, con gli opportuni esercizi (due fra tutti: Di Te Mi Piace e Com-Promettersi) spesso giunge ad esito, un esito favorevole per i coachee che scoprono, o a volte ri-scoprono, la potenza espressiva della loro relazione affettiva.

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