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Intervista su Informazione Cattolica: il coaching coniugale

Aggiornamento: 5 gen 2023


Di seguito potete trovare un’intervista che il 3 gennaio 2023 ho rilasciato al giornalista Giuseppe Brienza, che ringrazio, della testata online InFormazione Cattolica. Il titolo dell’intervista è cliccabile e rimanda al sito della testata. Buona lettura!

 


di

Giuseppe Brienza


3 gennaio 2023



Che cos’è il Marital Coaching o Coaching coniugale? Cosimo Russo, Marital Coach e consulente coniugale, lo definisce un percorso per aiutare le coppie (non necessariamente quelle in crisi) a riscoprire il valore della loro relazione e il suo significato pienamente vocazionale.

Al dott. Russo, un professionista pugliese sposato dal 1998, padre di tre figli che dal 2008 al 2014 si è dedicato ai corsi di Orientamento Familiare, si è diplomato poi in Cultura del Matrimonio e della Famiglia alla Pontificia Università della Santa Croce nel biennio 2014-2016 ed ha scritto negli ultimi anni diversi saggi sulle relazioni coniugali l’ultimo dei quali s’intitola Colpa & Perdono. Che amore è quello che ci lega? (Edizioni Ares, Milano 2021, pp. 96, € 9)​ abbiamo rivolto alcune domande sulla “salute” della coppia e del matrimonio nell’Italia del XXI secolo.


Visto che lo scorso anno hai inaugurato la tua nuova sede di Marital Coach a Massafra (Taranto), sulla base dell’esperienza finora maturata quali pensi siano le caratteristiche che rappresentano meglio i coniugi e la coppia italiana del nostro tempo?

Gran bella domanda! Mi viene da risponderti, parafrasandole, con le parole con cui il grande romanziere russo Lev Tolstoj inizia il suo capolavoro Anna Karenina: tutte le coppie felici si assomigliano; ogni coppia infelice, invece, è infelice a modo suo! Tuttavia, se volessi provare a rintracciare degli elementi comuni alle une (le coppie felici) e alle altre (quelle che si rivolgono a me per migliorare il loro vissuto coniugale), potrei dire: l’individualismo. Ogni coppia, nel bene e nel male, riceve in dote, potenziandole, le caratteristiche dei singoli che le compongono: quello che fa male ai singoli fa male anche alle coppie e viceversa, quello che rende felici i singoli, rende felici anche le coppie. Pertanto, a mio modo di vedere, una delle caratteristiche principali dei coniugi e delle coppie dei tempi che viviamo è il fatto di avere difficoltà a pensarsi proprio come coppia, come un soggetto plurale. La tentazione, sempre presente è quella di immaginare la propria realtà coniugale come la semplice somma di due singoli.


Sulla base della tua esperienza di “consulente di coppia” ti risulta ancora che vi sia una corrispondenza direttamente proporzionale tra famiglia e felicità?

Non ho dubbi sul fatto che esista una corrispondenza diretta, direi: immediata, tra famiglia e felicità personale. Il dolore e la sofferenza di quanti mi chiedono, in qualità di coach professionista, di prendermi cura della loro vita di coppia, rendono conto proprio di questo: la famiglia, la coppia coniugale, è un luogo di felicità, ed ogni volta che ci si allontana da questo luogo si trovano solitudine e dolore. Il Marital Coaching si propone proprio questo: consentire ai coniugi di riappropriarsi del luogo della loro felicità!


Come cambierebbe la vita di coppia in generale se i matrimoni scendessero ad una percentuale ancora minore dell’attuale come forma di relazione uomo-donna?

Il tema della vita di coppia come frutto del matrimonio o, più in generale, di una convivenza, deve essere inquadrato molto bene. La tua domanda va all’essenza e, in definitiva, pone una questione di fondo: che cosa è, in ultima analisi, il matrimonio? Ogni vita di coppia si fonda sul fatto che ci si ama, ci si sceglie per amore e che tale scelta, per non rimanere astratta, si concretizza in due aspetti fondamentali: lo spazio e il tempo. Lo spazio è rappresentato dal corpo degli amanti, per cui è di giustizia che essi si amino nelle loro persone, nel loro spazio, e lo facciano nella loro casa, sotto il tetto nel quale vivono le loro vite. Il tempo, invece, è dato dalla prospettiva del per sempre. Ogni matrimonio, cioè, si fonda sulla vita intima degli amanti e sulla prospettiva perpetua. Detto in altri termini: il dono reciproco che chi si ama fa all’altro diviene vero, inconfutabile, se coinvolge tutta quanta la persona nella sua dimensione corporale, quindi sessuale, e temporale.


Come cercare di far capire ai ragazzi e alle ragazze di oggi che l’amore viene prima di tutto e che va sempre un po’ controcorrente?

Con l’esempio! Quello che oggi scarseggia è una galleria umana di riferimenti esemplari cui ispirarsi. I giovani, come del resto tutti noi, hanno bisogno di figure “eroiche” dalle quali trarre esempio. La tua domanda impegna ad un livello esemplare il mondo degli adulti: l’amore viene prima di tutto se tu ed io, quando siamo sulla metropolitana, quando viaggiamo con la nostra famiglia, quando prendiamo un aperitivo al bar con nostra moglie, quando prendiamo lo skipass o arriviamo in spiaggia, riusciamo a sprigionare quella felicità nel vivere che può spingere un giovane ed una giovane a desiderare di essere altrettanto felici e ad andare, come tu dici, controcorrente.


Alcuni esperti indicano nella discrepanza fra aspettative e realtà del matrimonio una serie di complicanze relazionali e psicologiche che finiscono spesso in percorsi di separazione e divorzio. Prendendo atto della situazione attuale (un matrimonio su due non dura a lungo), non sarebbe più sensato istituire il “matrimonio a tempo”?

Inizio con il risponderti che il tema dell’indissolubilità del matrimonio non è un tema religioso, bensì è una questione umana. Prendiamo, come paragone, il mondo dei così detti contratti ad effetto reale: ad esempio la vendita. I giuristi dicono che la vendita di una casa fronte di un prezzo equo ha un effetto reale, vale a dire che realmente, davvero, la casa venduta non è più mia. Tale effetto è così vero, così reale che anche nel caso in cui io fossi disponibile non solo a restituire il danaro ricevuto a fronte della vendita, ma anche ad aggiungere un’ulteriore somma, ad esempio a raddoppiare la cifra, non potrei rientrare in possesso della casa venduta. Questo perché, per l’appunto, l’ho realmente venduta. Nel matrimonio avviene la stessa cosa. I coniugi si amano al punto da prendere la propria persona, il proprio corpo ed il proprio tempo, e farne dono realmente all’altro/all’altra. Dire ad una persona “ti amo” significa, alla fine di tutto, regalare tutta quanta la propria persona. Il dono non è mimetico, parziale, a tempo: è vero, reale. L’intensità di questo dono è così profonda al punto che, letteralmente, i due coniugi non si possiedono più. Per questo motivo il dono è irreversibile. Se così non fosse, non sarebbe un dono; sarebbe, piuttosto un prestito! Per questo motivo il “matrimonio a tempo” è un ossimoro, cioè un non-senso. Sarebbe come dire un fuoco che non scalda, una luce che non illumina…


Cambiando argomento: quanto condizionano la salute e l’armonia della coppia atteggiamenti di dipendenza da internet?

In base alla mia esperienza qualsiasi forma di dipendenza è nociva alla vita familiare. Che si tratti di internet, piuttosto che dell’alcool, della pornografia, del gioco: ogni forma di dipendenza contraddice in radice l’etica del dono su cui si fonda ogni relazione sentimentale. La dipendenza, infatti, implica una diminuzione, o peggio: la scomparsa, della volontà unita ad un forzato ripiegamento su sé stessi. La dipendenza, cioè, non è mai estroflessa, rivolta all’esterno ma consiste in una curvatura squilibrata sulla necessità di soddisfare senza fine le richieste di un desiderio ammalato in radice. In tutti questi casi è molto importante cercare di mantenere inalterato il clima di affetto reciproco e, se del caso, rivolgersi, con tutta la delicatezza del caso, ad uno specialista. Chi viene colpito da questa malattia del

desiderio è spesso molto fragile e non di rado odia quello che fa, ma non riesce a distaccarsene.


Esperti psicoterapeuti e servizi di cura e diagnosi di adolescenti e giovani, purtroppo molto attivi durante la pandemia 2020-21, ne hanno certificato la fragilità emotiva e la grande difficoltà a relazionarsi senza la mediazione di una tecnologia. Quali bisogni personali e proposte educative necessitano secondo te i giovani italiani?

La tua domanda è davvero impegnativa e richiederebbe ben altro spazio e ben altre competenze. Quello che posso dirti, alla luce delle mie conoscenze, è che il tema della così detta fragilità giovanile è da ricondurre ad un ambito ben preciso: l’evaporazione della figura paterna. Gli psicoterapeuti americani hanno coniato, per indicare questo fenomeno della eccessiva vulnerabilità giovanile, il termine Snow flakes, fiocchi di neve. Si tratta di un fenomeno che affonda le sue radici in due grandi angosce che connotano, da alcuni decenni, i genitori che educano. La prima è relativa all’esigenza di sentirsi amati dai loro figli… non sono più i figli che domandano di essere riconosciuti dai loro genitori, ma sono i genitori che domandano di essere riconosciuti dai loro figli. La seconda grande angoscia dei genitori di oggi è quella legata al principio di prestazione. Lo scacco, l’insuccesso, il fallimento dei propri figli sono sempre meno tollerati. Di fronte all’ostacolo la famiglia iper-moderna si mobilita… per rimuoverlo senza dare il giusto tempo al figlio di farne esperienza. Le attese narcisistiche dei genitori rifiutano di misurarsi con questo limite attribuendo ai figli progetti di realizzazione obbligatoria. I genitori di oggi sono terrorizzati dalla possibilità che l’imperfezione possa perturbare l’apparizione del loro figlio come ideale.


Quanto incide la rottura della relazione intergenerazionale tra adulti e adolescenti nelle difficoltà dell’educazione?

La rottura del patto tra le generazioni è all’origine di tutte le difficoltà educative. Ai genitori, oggi, è richiesto il recupero di quella “capacità di interdizione” che, alla fine di tutto si riduce alla capacità di dire No! quando questo sia necessario. A tal proposito è molto famoso un libro del 1999 edito da Feltrinelli: I No che aiutano a crescere. Si tratta di un bellissimo saggio nel quale la psicoterapeuta inglese Asha Phillips sostiene che il rifiuto è parte fondamentale delle relazioni tra genitori e figli nella misura in cui evita al bimbo di accedere ad una dinamica autocentrante ed onnipotente che è la vera base della fragilità isterica e nevrotica della quale abbiamo parlato nella domanda precedente.


Cosa dire del “nuovo tono” con il quale la Chiesa, almeno in Occidente, si rivolge alle coppie irregolari (cioè conviventi non sposate) oppure omosessuali?

La missione della Chiesa è annunziare e instaurare in mezzo a tutte le genti il Regno di Dio inaugurato da Gesù. Quando si parla della Chiesa si farebbe un cattivo servizio alla volontà salvifica di Gesù se la si riducesse a categorie umane, politiche, giornalistiche, divulgative, ecc. Occorre tenere sempre presente che, al fondamento di tutto, la Chiesa è un Mistero. Questo sguardo di fede che ci viene richiesto di avere comporta, da parte nostra, una decisa rinuncia ad un pericoloso attaccamento alle nostre opinioni, per quanto fondate possano apparirci. Gli occhi della fede implicano la possibilità di cedere realmente le redini al vero Potere che regge il mondo, che ne ha costruito le fondamenta, che continuamente lo sostiene nell’essere. Questo deve indurci ad avere un affidamento reale, totale, fino alla nostra stessa vita, all’azione vivificante dello Spirito Santo che ruggisce con gemiti inesprimibili nell’intercedere per le nostre debolezze.


Non capita che questo atteggiamento di “accoglienza” sia frainteso come relativismo, individualismo o comunque tendenza a non voler seguire la morale o sopportare sacrifici per il bene del matrimonio e della famiglia?

É successo anche a me di interrogarmi a lungo sul tema che tu poni e che, mi pare, abbia un’ampiezza più generale. Mi sembra che la questione sia più di fondo e che riguardi, in ultima analisi, l’essenza del cristianesimo ed in particolare se questa essenza consista nell’osservanza della legge morale, che pure è cosa necessaria, anzi indispensabile, o se vi sia dell’altro. La tua domanda, in definitiva, rimanda a quella che nel Vangelo il giovane buono, che è rimasto buono ma tristemente anonimo, pone a Gesù: “Maestro, cosa devo fare di buono per avere la vita eterna?”. Questa domanda, che risuona nel cuore di ogni uomo, trova una sua incredibilmente esaustiva e al tempo stesso dolcissima risposta nell’Enciclica di Giovanni Paolo II Veritatis Splendor (6 agosto 1993): «È questa la consolante certezza della fede cristiana, alla quale essa deve la sua profonda umanità e la sua straordinaria semplicità. Talvolta, nelle discussioni sui nuovi complessi problemi morali, può sembrare che la morale cristiana sia in se stessa troppo difficile, ardua da comprendere e quasi impossibile da praticare. Ciò è falso, perché essa consiste, in termini di semplicità evangelica, nel seguire Gesù Cristo, nell'abbandonarsi a Lui, nel lasciarsi trasformare dalla sua grazia e rinnovare dalla sua misericordia, che ci raggiungono nella vita di comunione della sua Chiesa» (n. 119).

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